Gian Paolo Minardi, Gazzetta di Parma: “La musica come demone”


Gian Paolo Minardi, Gazzetta di Parma: “La musica come demone”

dalla Gazzetta di Parma del 18 febbraio 2006 – pagina 8 – di Gian Paolo Minardi
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LA FORZA DI UN ECCELSO TALENTO

La musica come demone

 

Ancora pochi giorni fa, al telefono, mi parlava dei «Carmina burana» che avrebbe dovuto dirigere a Milano e ancora di un Requiem verdiano per fine marzo, con il tono problematico di chi affrontasse per la prima volta quelle pagine con cui aveva stabilito una confidenza da una vita intera. Perché Romano era così, come tutti i grandi interpreti sapeva bene che la musica  una cosa inafferrabile, che nasce e muore in un attimo ed ogni volta che si apre una partitura sempre nuove luci appaiono, e quindi nuovi interrogativi. La musica come felicità e come demone, appunto, quello che spingeva lo sguardo di Romano sempre in avanti, che rendeva relativi gli stessi vincoli materiali che da qualche tempo lo affliggevano. Lo testimoniavano le ultime prove, sorrette da una tensione e da uno slancio ammirevoli, la grande Messa in do minore di Mozart proposta a Milano, con la «Verdi» alcune settimane fa, come la monumentale Sinfonia di Mendelssohn con cui ai primi di dicembre aveva aperto le celebrazioni per i novecento anni della nostra Cattedrale.

Tappe che si aggiungevano come nuove conquiste lungo quel cammino ormai ricchissimoche Romano era andato costruendosi con la forza del suo talento nativo ma pure con l’intelligenza musicale con cui aveva partecipato, dopo un tirocinio sudato, alle esperienze pi esaltanti, nate dalla collaborazione coi maggiori direttori: con Pretre, Leinsdorf, Leitner durante gli anni fervidi di Buenos Aires; quindi con il ritorno alla Scala a fianco di Karajan; confronto indimenticabile questo che ancora recentemente Romano rievocava con stupefazione: «Ogni volta era sempre una cosa nuova; impostava tutto con grande precisione ma su questa ossatura la sua fantasia prendeva il volo». La stessa cosa sarebbe avvenuta poi con Kleiber, Ma anche gli altri incontri non erano meno stimolanti per chi come lui sentiva che dietro le note scritte vi è un mistero da decantare: la determinazione di un Böhm, che trovò nella partecipazione di Gandolfi alla preparazione del «Fidelio» un contributo indispensabile; e ancora la qualità immaginativa di un Bernstein che dopo un’indimenticabile «Sinfonia di salmi» a Venezia, a dividere i riverberi di quell’avventura entusiasmante. Lo prese sottobraccio dicendo «Romano, peccato che è finita!». E proprio il senso di queste parole ci offre la chiave per entrare nel mondo segreto di Gandolfi, per capire la spinta inesauribile che lo guidava nel suo lavoro, superando le stesse barriere del coro. «Il coro è lo strumento più bello del mondo – diceva – perché il suono non è costruito come in tutti gli altri strumenti, ma esce naturalmente. La vocalità è un mistero, qualcosa di magico» e tuttavia il passaggio ad allargare il dominio a tutta l’orchestra risultò inevitabile, proprio nel tendere verso quell’unità di visione che sola può rivelare le ragioni più segrete.

Trapasso naturale il «Requiem» verdiano che per Romano costituiva la pietra di paragone più assoluta, con la quale continuava a confrontarsi quale tramite essenziale di approfondimento di quell’universo verdiano che Romano aveva accostato da giovane, in anni ancora dominati da grandi arbitrii esecutivi. «Ho cominciato a prendere visione di un Verdi definito nelle sue più autentiche ragioni proprio nei miei primi anni scaligeri, osservando il Verdi che eseguiva Abbado, in maniera addirittura asciutta». E da lì è proseguita quella riflessione grazie alla quale tanti malintesi si sono dileguati, per lasciar posto ad una presa di coscienza via via più intensa dei valori racchiusi nella scrittura, il senso di un colore, di un accento, l’incidenza drammaturgica di una singola parola. Indimenticabile ci ritorna nella memoria quell’inizio, quel «Requiem» sussurrato che Gandolfi sapeva ottenere dai suoi coristi con un brivido inquietante, fedele alla raccomandazione di Verdi che indicava «il più piano possibile». Perché il tratto inconfondibile di Gandolfi, di fronte al coro era proprio quello di saper «cavar fuori», che significava non solo un domino tecnico assoluto e una conoscenza della partitura ma la capacità di saper sollecitare ogni componente dandogli la sensazione di essere protagonista. Impresa estrema, a volte, pensando alla realtà di certi cori, e tuttavia sfida superata in maniera stupefacente, come quella affrontata nell’ultimo decennio da Gandolfi con il coro milanese della «Verdi», compagine di volonterosi dilettanti che sotto la sua ferula, umanissima sempre però, si è trasformato in un organismo molto vitale, in grado di affrontare cimenti ardui come le Passioni bachiane, i grandi Oratori di Haydn, la Nona di Beethoven e più recentemente la già ricordata Messa di Mozart. Questo è stato l’ultimo risultato di Gandolfi, frutto di un’autorevolezza che agiva nel profondo e che lasciava intendere altri traguardi, ancor più alti, purtroppo rimasti in sospeso. Romano, peccato che è finita!

Gian Paolo Minardi

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